Base Usa di Vicenza, al referendum vincono pace e democrazia

7 ottobre 2008 - Liberazione

Un cittadino su tre vota per l'acquisizione dell'area da parte del Comune

di Checchino Antonini

 

Vicenza - Impilati per le foto di rito nella Sala degli Stucchi di Palazzo Trissino, i 32 scatoloni fanno bella mostra di sé sotto l'affresco settecentesco di Didone abbandonata da Enea. Tutte donne, quelle dipinte e scolpite nella sala di rappresentanza del municipio di Vicenza. In gran parte donne i partecipanti alla consultazione autorganizzata di domenica scorsa contro la nuova base Usa di Vicenza. Nei 32 pacchi le 24mila e 94 schede votate. Uno su tre, degli 88.112 aventi diritto, ha voluto dire la sua sull'acquisizione da parte del Comune dell'area del "Dal Molin", dove lo Zio Sam vorrebbe insediarsi. Di quel 28,56% di elettori, 23mila e 50 (il 95,66%) ha votato Sì all'acquisizione, 906 i No, 93 bianche e 45 le schede nulle. «Un dato eccezionale, se confrontato con i referendum "regolari" di oggi in Sardegna (nemmeno la metà delle percentuali vicentine, ndr )», sottolinea il sindaco Achille Variati, democristiano perbene, che proprio sull'indignazione antibase ha strappato in primavera la città alle destre. Tanto basta perché il primo cittadino possa scattare, verso mezzanotte di domenica in Piazza Castello, la foto di «una città finalmente in movimento».
I vicentini hanno dovuto votare all'aperto, spesso alla luce di lampade da campeggio, di fronte alle loro scuole sbarrate, in 32 centri di raccolta dove ogni presidente di seggio aveva 9 scrutatori a disposizione più 10 nomi di riserve. Il regolamento ricalcava quello del referendum istituzionale bloccato dal Consiglio di Stato appena tre giorni prima. Un comitato di garanti (notai, ex sindaci ecc…) ha vigilato sull'operato del tavolo della consultazione formato dalle anime del movimento: il Presidio permanente, il Coordinamento dei comitati, Cgil, Cub e i partiti del centrosinistra. Il record d'età spetta a un uomo e una donna centenari. Un novantenne, medaglia d'oro della Resistenza, vota per «difendere la mia città come ho fatto 60 anni fa». Di buon'ora anche le suore, i seminaristi e i frati. Molti parroci hanno preso posizione in primo luogo a favore del diritto al voto. E, in buona parte, si sono schierati per la pace. «San Francesco è qui», sorride il sindaco polemizzando con Galan che aveva notato la sua assenza, il giorno prima, a una cerimonia ad Assisi. «Vicenza è la patria del volontariato cattolico, erano con noi il 15 febbraio, nel trainstopping, contro la guerra», ricordava l'eurodeputato Prc, Vittorio Agnoletto, girando per i seggi in qualità di garante della consultazione che s'è svolta senza incidenti e provocazioni «nonostante dalla questura siano stati inviati segnali di repressione stile G8». Assieme a lui una delegazione di Rifondazione comunista - i segretari regionale, provinciale e cittadino, Gino Sperandio, Ezio Lovato e Claudia Rancati, più il consigliere regionale Pierangelo Pettenò e l'ex deputata Tiziana Valpiana con la collega di Sd Lalla Trupia. L'11 ottobre con le sinistre e allo sciopero dei sindacati di base del 17, anche i cortei di Roma parleranno i linguaggi dei "No Dal Molin". Da qui già sono pronti tre pullman per sabato prossimo. Il giorno dopo, però, il principale quotidiano locale, proprietà di Confindustria, titolerà freddo che il quorum, quota 35mila, è lontano. «Ma come si fa a parlare di quorum se ci è stata impedita la consultazione istituzionale?! - sbotta Variati - il risultato non è confrontabile, dimostrino di saper portare più di 24mila persone a votare».
La città s'era svegliata con centinaia di vistose locandine del Gazzettino che riportavano un'ora sbagliata e anticipavano alle 13, di otto ore, la chiusura dei seggi. Un ennesimo caso di malainformazione, così ritiene chi ha denunciato l'episodio all'ordine dei giornalisti, mentre il Tg regionale si riferisce ossessivamente a un fantomatico "ampliamento" della base. Falso: la base che già c'è - come spiegano al cronista gli elettori in fila ai seggi - è a 5 chilometri da quella che si vorrebbe sventare perché minacciosa, inquinante, immorale, costosa. Marta Goldin, giovanissima presidente del seggio più vicino al recinto del Dal Molin - record di affluenza col 40,77% - racconta che anche chi è venuto a votare No ha voluto dichiarare che «in ballo c'è la libertà di parola». E sotto il tendone del Presidio e a Caldogno, in 2mila metteranno la croce sul Sì - senza rientrare nel conteggio ufficiale - e altri 40mila lo faranno cliccando da casa su internet. Franca Equizi, espulsa dalla Lega per il suo No al Dal Molin, dice che molti suoi conoscenti «di destra, ma contrari alla base» non sono andati a votare. Per questo barerebbe chiunque provi a mettere il cappello sui non votanti - come già fanno Galan e il discusso commissario Costa, che vorrebbero le dimissioni del sindaco. «Che, invece è tutt'altro che isolato», commenta Cinzia Bottene, portavoce del Presidio e consigliera comunale di Vicenza libera. Variati l'abbraccia e si confessa: «Sei stata più coraggiosa di me». «E' una cosa seria questa, una grossa lezione di democrazia», esclama anche Giancarlo Albera, uno dei leader del Coordinamento dei comitati, che da due anni aspettava questa giornata.
Sì, ma adesso? «Dovrebbe essere squillato un campanello per la politica nazionale - dice Variati ostentando sul bavero una spilletta con il tricolore incrociato alla "stars & stripes" - i nostri interlocutori restano gli americani, sono stati più intelligenti: non hanno ancora iniziato il cantiere». E già, perché a Roma ormai non c'è più traccia di parlamentari contrari alla base. «Si tratta ora di difendere il principio di autogoverno che s'è affermato oggi», spiega Olol Jackson del Presidio. «Questa lotta deve ridiventare di tutti, uscire dai rischi di localismo», chiede Germano Raniero della Cub invitando allo sciopero del 17 anche gli altri comitati antipedemontana, notermovalorizzatore e quello contro una zincheria in odore di ecomafia. E c'è chi pensa che con «Obama non cambierà nulla, lì c'è la crisi e la risposta sarà di rilanciare l'industria bellica, però dobbiamo provarci», dice Matteo Soccio, obiettore storico e direttore della Casa della Pace organismo comunale che solo con Variati, dopo anni di boicottaggio da parte di Hullweck, riesce a dialogare con Palazzo Trissino dove siede anche un assessore alla pace. Ma già domani sarà il Tar a entrare nel merito delle questioni ambientali dell'operazione. La sorpresa potrebbe arrivare dall'Ue che pretende che l'impatto ambientale sia misurato su un progetto definitivo che ancora manca. Ma intanto i vicentini hanno già deciso.

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